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La Zizzola - E' il simbolo della città. Fu costruita nel punto più alto di Bra ed è visibile da gran parte dell'abitato.

Bra, la Zizzola

I braidesi di una volta facevano il contrabbando di carne, camminavano su e giù per le rive e i boschi da Pocapaglia a Bra, di notte, con coscie di vitello sulla schiena e porci e quarti di bue, mentre quelli del dazio li aspettavano alla cima della collina di Bra, nascosti sul pianoro della Zizzola , come le streghe e le maschere.

O stazionavano sulla strada che porta a Torino per pescare i paesani diretti in città con tordi e tordèle e chiacchiere sotto la camicia, da vendere ai signori e alle madamine torinesi amanti della cacciagione.

Giovanni Arpino
da "Regina di cuoi"
(Cronaca breve dal bosco)





Ripresero a pedalare, le gomme delle biciclette squittivano sull'asfalto nel silenzio della notte, l'aria era rinfrescata ancora. Laggiù le colline alzavano le creste nere contro un cielo pallido. Alla cima della collina era il palazzotto che sormontava la loro città. La sagoma bizzarra, a sei lati, di mattoni che il tempo aveva impallidito, appariva chiara e netta sotto la luna.

Giovanni Arpino
da "Gli anni del giudizio"




Bra, la Zizzola

Forse solo le città, anche nelle ore vuote, hanno una vita sotterranea, un cuore vivo, percepibile da chi veramente le vuole ascoltare. La campagna invece è come morta, nessuna delle sue stagioni dà rumori e grasse e morte sono le cittadine natele dentro, chiuse nel loro cerchio della circonvallazione che separa nettamente il verde dei campi dai colori delle case.
Queste cittadine non hanno vera vita nè vera presenza operante nello spazio. Stanno bene come amori scaduti, vecchie fotografie.

E così è Bra, senza storia, con un passato credibile solo perchè appartiene a un passato più vasto e completo, con un presente senza profili speciali, con un avvenire senza inquietudini.

Una volta (ai tempi del miracolo della Madonna dei fiori quando la Vergine apparve alla contadina insidiata dai due briganti in divisa a bande rosse e gialle, e la salvò, e ogni anno a Settembre c'è la processione dei carabinieri e a febbraio fioriscono nel giardino cintato i pruni selvatici, che il parroco del santuario vende carissimo) una volta Bra cominciava a nascere, attorno alle filande settecentesche e solo boschi di gaggie e alte erbe circondavano il castello della Zizzola.

Poi vennero i commerci del cuoio, che andava in oriente e faceva lucidi e grassi i signori delle concerie, dando al paese intorno, un odore, che più niente gli toglierà.

Ma pur nel lavoro il paese conservò quella sua aria di vacanza, di Dio fine a se stesso.

A una cert'ora i calzolai si tolgono il grembiule e vanno a fare merenda con due spanne di salciccia e il mezzolitro e così gli avvocati e i dentisti, gli autisti e i piccoli proprietari nei cortile dell'"Angelo" o del "Regina", o della "Società dei conciapelli", giocano a bocce e al pallone elastico, a tarocchi e a tresette, mentre il tempo va lento e senza avvenimenti come negli anni che i signori usavano avere il ballo a palchetto per conto proprio nelle feste e i cappelli di paglia muovevano chiari e fioriti nei prati della festa di Fey.

Tutt'attorno ai prati della valle ci sono ancora le vigne e le ville dei braidesi. Anche il re lo sapeva. "Bra? " aveva detto "Ah quel paese che tutti hanno la vigna", e a tiro di fucile c'è infatti la tenuta che lui stesso regalò alla bella Mugnaia. Mio nonno ricordava quando la Regina traghettava Tanaro sulla barca per l'occasione coperta di velluti rossi e i paesani erano scesi dai bricchi per guardarla nel bianco delle mani.

Giovanni Arpino
da "Regina di cuoi"




Bra, la Zizzola in una foto d'epoca

E il tempo nuovo e le nuove cose passano nelle loro parole come avvenimenti qualunque, attraverso un setaccio che li spoglia di ogni seduzione e brillio.

E questo tranquillo vivere, questo facile metter freno ai sospetti, alle ambizioni, ai desideri di portare forza e volontà nel giro del mondo, vengono dal metodo stesso di vita del paese e dal costume e dalla sorte favorevole che hanno fatto sì che mai niente di crudo accadesse, che nessuno morisse di fame, che niente di rancore e di eccessiva intelligenza inclinasse lo specchio della calma e del benessere.

Giovanni Arpino
da "Regina di cuoi"