Di primo pomeriggio eravamo già nei boschi, per un sentiero che portava dove l'eremita, dopo la guerra d'Abissinia, s'era costruito una casupola e viveva imbrogliando con misture d'erbe le vecchie contadine, allevando una capra, due polli. Chissà se era ancora così catramosa la sua barba, che ricordavo diabolica, quando bambini s'andava a spiarlo davanti al portone del mattatoio. Appena spretato, suo lavoro era stato ramazzare rivoli d'acqua e sangue scuro sul cemento del mattatoio fino alla strada, colpi lunghi di una scopa legnosa nella schiuma, e occhiate fosche al cerchio dei ragazzini che guardavano paurosi dalla piazza.
Più tardi s'era fatto eremita, compariva in città qualche venerdì di mercato su un suo carrettino irrompente furioso per i ciottoli delle strade dietro a un somaro crivellato di colpi. Alle contadine gravide imponeva formule di preghiere a Dio e Mussolini, nei boschi lo si incontrava avvolto nel mantello, un fez rosso in testa, mentre spingeva la capra al pascolo e masticava parole di greco e latino.
Giovanni Arpino
da "L'ombra delle colline"