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Il castello
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Quell’arbatano! Che s’era impiantato in quel castello, a Monastero, come un sultano; e aveva delle donne che manteneva; e spendeva e spandeva per dei capricci; e a madre e sorelle che venivan in campagna faceva pagare fin le patate e i fagioli, e lesinava sul prezzo e faceva il peso scarso; ed esso faceva colazione con un uovo, e se la fantesca gliene serviva due, quello tempestava, prendeva il tegamino, separava le due uova col taglio della forchetta, e uno lo buttava per la finestra.
Augusto Monti
da "I Sanssossì"
(Un savio Natano monferrino)
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Chiesa e castello con le case dei Geloso forman la piazza del Monastero, fuori dell’uscio ci si è: la piazza è mutata dai tempi di papà, caduto il muraglione che la limitava ed escludeva dal castello tutto il resto del paese: - l’avete democratizzato il castello, - dice Papà incoraggiante, e Pinìn attacca: - democrazia o no qui è sempre il prete che impera; per esempio, non s’è messo in capo il nostro qui d’averci un campanile tutto per sé? non gli bastava più la torre e che fa? Te lo pianta qui in mezzo, a sconciarmi la piazza ed accecarmi la casa, e la cricca lì del castello gli tien mano…
Augusto Monti
da "I Sanssossì"
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