<< indietro | avanti >>
Casa dei Geloso

Casa dei Geloso, Monastero Bormida,

E’ la casa dalla cui altana il Papà ripercorre con il pensiero, in una sorta di ricostruzione della propria vita, i luoghi, i paesi a lui cari, nel suo ritorno al paese dalla figlia, dopo gli anni passati a Torino.

Casa dei Geloso e Chiesa, Monastero Bormida,

Riposante accogliente paese, che sapevano i frati scegliere i loro luoghi; e non dispiace a Papà dopotutto d’esserci tornato a stare. Va per la casa antica i primi giorni, la casa che è dei Geloso posta sulla piazza al sole, bene in faccia al castello; sale fin sull’altana e rimira. Val di Tatorba in fronte: da Roccaverano e dalla Torre di Vengore ancora scendono le somarelle spezzettando sotto il carico degli uomini grandi, e le robiole famose lascian dietro l’olezzo del becco. Di lì andando, sempre andando, ti trovi un bel momento in faccia Monbarché. Il Monte Barcaro, sulla cui cima stando il piemontese vede nel mar di Liguria le barche, che pare una favola, ed è realtà se Papà in persona, ragazzo scolaro, salitoci sopra in un giorno sereno, vide difatto – e ricorda – certe piccole cose bianche andare, lontano lontano, sopra l’azzurro laggiù: nuvole no, vele di mare dunque davvero. Quanti anni fa? Settanta; o più.

E dalla banda di ponente, a mezzo miglio neanche, la valle fa gomito improvviso: Cortemilia, risalendo, e Monesiglio più a monte: le acque di questa Bormida vengono di là, e che memorie insieme, quante cose! Gli studi di grammatica e retorica, l’anima arcigna di Don Albarello, i compagni di scuola e le vacanze al mulino, l’om neuv con le sue masche e i ricordi di Napoleon prim. Secoli fa, tutti morti, tanta polvere ora; e lui Bortomlin sempre qui, di nuovo qui, ostinato, superstite; fino a quando?

E il paese di Ponti se guardi a levante, sembra lì che ne vedi il castello con gli spigoli dritti e le finestre vuote, posto sull’altra Bormida, quella di Spigno; col mulino le piene le vite grame di quando lui c’era dentro, e Pedrin del Ciora – l’annegato – quello della poesia del sor Monti, <la Parca allor terribile vibra la falce orrenda…>: tutta la notte con le torce a vento a ricercarne il corpo per Bormida, finchè all’alba eccolo là contro quella radice, il capo fenduto dall’aratro, che aveva voluto a tutti i costi traghettare sul carro con i bovi, povero ragazzo! Mah!

Monastero, Monastero, passan lente sotto il ponte le acque di Bormida; senza fretta attraversa la piazza mezza in ombra mezza al sole quell’uomo con la giacca in spalla; neghittosa s’attarda la comare sulla porta della bottega dabbasso a chiacchierare, <il cavà-gno l’am-pol-lì-na e l’o-lio>, rade calan le ore piano piano; a falde, - E come va la vita a Monastero? – eh va piano piano,; accompagna -. La voce di Nina amorosa: - Qui, Papà, non si muore mai più.

Augusto Monti
da "I Sanssossì"
(Ultima tappa)