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Il ritorno alla vita normale è vissuto da Fenoglio con disagio ed estraniamento: una quotidianità piatta che perde di senso se confrontata con l’esperienza partigiana: “Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra” dice Ettore, il protagonista de "La paga del sabato".

Abbandona l’Università con aspre critiche da parte della madre che biasima la sua rinuncia agli studi, ma riprende con maggiore foga l’abitudine di scrivere, di appartarsi con l’inseparabile sigaretta a coltivare la sua vocazione segreta:
”La mia laurea – si dice rispondesse- me la porteranno a casa, sarà il mio primo libro pubblicato”.

Beppe Fenoglio
con la madre




Scrive appunti, pagine su pagine, disinteressato dal mondo circostante ma proiettato in una dimensione interiore da cui attinge per mettere su carta i ricordi della guerra, i volti che lo hanno accompagnato nella guerriglia in collina e ciò che resta del mondo rurale delle sue estati sulle langhe.

Accetta un modesto impiego di corrispondente per l’estero in un’azienda vinicola in Alba, che gli permette di avere molto tempo libero per scrivere e per i suoi abituali ritrovi in compagnia degli amici al Circolo Sociale e al bar dell’Hotel Savona, per discutere, giocare a carte, a biliardo. Frequenti anche le scampagnate sulle langhe, specie nell’osteria di Placido a S.Benedetto Belbo.

A destra: una partita
a bocce con gli amici



Organizza un programma di attività culturali al Circolo sociale dove vengono lette poesie di Eliot, Hopkins e Donne tradotte da Fenoglio stesso.

Pubblica alcuni racconti su riviste e inizia una collaborazione con l’editore Einaudi , dove conosce Calvino, Vittorini e Natalia Ginzburg, suoi primi lettori editoriali che lo incoraggiano a pubblicare.

Sposa con rito civile Luciana Bombardi, da cui sei anni più tardi nasce Margherita, la sua unica figlia a cui dedica "La favola del nonno" e "Il bambino che rubò uno scudo".

Fenoglio con la
figlia Margherita




Inizia ad avere i primi sintomi di disturbi respiratori e si reca ancora in langa, a Bossolasco, a curare la malattia: qui scrive, legge, conversa con i vari amici e intellettuali che da Alba e Torino salgono a trovarlo, ma nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963 muore prematuramente di cancro ai bronchi.

La fortuna editoriale dello scrittore sarà tutta postuma.

“Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith.”