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Ugo Cerrato racconta...
Come nacque "Un giorno di fuoco" di Fenoglio


di Fabio Bailo
Tratto dalla rivista "Bra", a cura dell'Istituto Storico di Bra e dei Braidesi


“Salotto Bellonci”. Così Pietro Chiodi, in omaggio a uno dei più grandi salotti letterari italiani, quello appunto di Maria Bellonci, creatrice del premio Strega, amava definire il giardino della casa di Ugo Cerrato a San Benedetto Belbo. «Benvenuto nel salotto Bellonci», ci saluta sornione il maestro Cerrato mentre ci invita a entrare in questa casa dell’alta Langa frequentata da molti esponenti della cultura italiana ma dominata da e consacrata a Beppe Fenoglio.

E, seduti sotto l’ombrellone incapace di scalfire il caldo di questo infuocato pomeriggio, proprio di Fenoglio parliamo, anzi Cerrato parla e noi prendiamo appunti. Cerrato, amico e sodale di Fenoglio fin dai tempi della lotta partigiana, racconta di come nacque Un giorno di fuoco, forse il più celebre dei racconti fenogliani, rievocazione di un fatto, «il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia», accaduto poco lontano da questo giardino, nel paese di Gorzegno.

Da sinistra: Beppe Fenoglio, Aldo Agnelli e Ugo Cerrato



“«Era un sabato pomeriggio della fine del giugno del 1952 o 1953. Alcuni giorni prima Beppe e io eravamo stati alla San Paolo dove stampano la Gazzetta d’Alba e, per avere più informazioni possibili, avevamo scorso l’annata in cui si era svolto quel fatto di cui avevamo spesso sentito parlare. Quel sabato pomeriggio lo andai a prendere al caffè Savona dove, come al solito, stava animatamente discutendo di calcio. Quel caffè era allora il posto di ritrovo di molti scrittori e intellettuali, tra tutti mi ricordo Chiodi e un giovane Giovanni Arpino che proprio lì consegnò a Beppe una copia autografa del suo Sei stato felice Giovanni».

I ricordi si succedono e, improvvisamente, Cerrato si alza e ci conduce nella cantina dove ci mostra una Lambretta ormai arrugginita. «Con quella – dice indicandocela – siamo partiti da Alba e siamo saliti fin quassù, Manera, Borgomale, infine Gorzegno, il teatro della lucida follia di Pietro Gallesio rievocata in Un giorno di fuoco. Arrivati in paese ci siamo recati all’osteria e, dopo aver offerto da bere agli anziani presenti, abbiamo chiesto loro di raccontarci cosa ricordavano di quel lontano giorno, anzi di quei lontani giorni poiché Gallesio, compiuta la strage, restò asserragliato nel fienile per più giorni. Raccolti questi ricordi, che Beppe immagazzinò nella mente senza prendere alcun appunto, facemmo un sopralluogo alla chiesa del paese, alle rovine del castello e alla casa, ancora abitata, dove si erano svolti i fatti, duecento metri sopra la strada provinciale. Qui Beppe cominciò a immaginare come potevano essersi svolti i fatti».

Da sinistra: Beppe Fenoglio, Francesco Morra e Ugo Cerrato



Abbandoniamo la cantina, non senza aver afferrato una bottiglia di moscato in cui illudersi di affogare la calura, usciamo sulla strada verso alcuni ippocastani che ombreggiano un campo da bocce. «Scesa la sera siamo giunti qui, a San Benedetto, e dopo aver cenato, io Beppe e qualcun altro abbiamo giocato a bocce là sotto bevendo birra, raramente Beppe beveva vino. Le bocce erano allora nelle Langhe uno degli sport più diffusi assieme alla pantalera, una variante del pallone elastico. Mi ricordo di una partita in cui io, Beppe e il fotografo Aldo Agnelli giocammo contro mio fratello Sergio, Placido Canonica, l’oste di San Benedetto presente in tanti scritti fenogliani e un terzo che ora mi sfugge. Perdemmo e dovemmo pagare ai vincitori quarantotto birre… Comunque sia, il mattino successivo fui svegliato da uno strano ticchettio che proveniva dalla strada. Mi alzai dal letto, aprii le persiane, mi affacciai al terrazzino e vidi Beppe, che aveva dormito da noi, sul ciglio della strada seduto su un gradino di pietra, oggi cementato nel muro adiacente. Sulle ginocchia teneva la sua Olivetti portatile, a fianco aveva alcuni fogli appallottolati, a un certo punto sollevò obliquamente la macchina da scrivere e, soffiando sui tasti, spazzò via la cenere caduta dalla sigaretta perennemente accesa. Non fumava più le Craven inglesi come durante la guerra ma il vizio gli era rimasto».

Contrariamente a quello che spesso gli accadrà in seguito, Fenoglio scrisse questo racconto con grande rapidità. Inviatolo alla rivista fiorentina Paragone che glielo aveva commissionato, Un giorno di fuoco gli valse quarantamila lire. «Puoi immaginare la sua gioia, era il suo primo racconto pagato e con quelle lire – conclude Cerrato – Beppe, dopo essersi comprato un foulard inglese, invitò tutti noi, gli amici più stretti, a trascorrere alcuni giorni ad Alassio».



Ugo Cerrato,
il "maestro di periferia"


di Edoardo Borra
da "La Gazzetta d'Alba"



«Esprimo vivo compiacimento…». Quante volte abbiamo sentito queste parole, diventate, per molti di noi, un celebre attacco? Cominciava infatti così, solitamente, l’intervento di Ugo Cerrato, quando partecipava ad una qualche iniziativa organizzata nel nome del suo amico, Beppe Fenoglio. Il fatto è che partecipava sempre, con un’energia, un coinvolgimento, un entusiasmo contagiosi. E non era raro che, di queste iniziative, fosse lui stesso il promotore, più o meno occulto: molte cose sono state fatte perché si era parlato con lui, o perché parlando con lui si era ricevuta la sua approvazione. O perché si sapeva che ci sarebbe stato anche lui, immancabilmente.

Figure come quelle di Ugo Cerrato fanno cultura così, spendendosi liberamente (e gratuitamente) in mezzo agli altri, con grandissima fiducia che qualcosa di buono, prima o poi, verrà fuori. Era, in questo senso, un “movimentista”: ha messo in moto, spinto da un debito personale di riconoscenza, cose e persone; ha fatto da collante tra più generazioni di giovani, che andavano da lui sulle tracce di Beppe Fenoglio, e finivano per scoprire il maestro Ugo Cerrato. L’insegnante che – raccontava divertito – fece piazzare un telefono nel corridoio vicino alla sua aula (caso più unico che raro in una scuola elementare degli anni Cinquanta), per telefonare prontamente all’amico scrittore (al lavoro nel suo ufficio alla Marengo Vini): «Era la nostra Treccani, Fenoglio», diceva – e in un episodio del genere non si dovrebbe vedere soltanto, banalmente, l’ammirazione nei confronti di un qualsiasi nozionismo, ma la testimonianza di una immediatezza di rapporto, di una complicità scherzosa, e anche di una disponibilità.

Questa parola, con altre sfumature, era ritornata nell’ultimo anno di Ugo Cerrato, in momenti difficili, nella constatazione della malattia: «Pazienza, bisogna essere disponibili», è la frase che conclude (involontariamente, ma in maniera tristemente significativa) l’epistolario di un Fenoglio a sua volta ammalato. Ugo ammirava quella chiusura: «Ma io non sono ancora pronto, devo fare ancora tante cose!», aggiungeva la scorsa primavera, pensando proprio a Beppe Fenoglio. E ancora tanto è riuscito a fare, nel suo ultimo anno di vita, strappato letteralmente alla malattia. Quasi cento persone, nella sala gremita un oratorio del bergamasco, si sono commosse, lo scorso 23 aprile, ascoltandolo parlare in difesa della Costituzione; e genuinamente si commuoveva lui, a vedere tanta gente, a riscontrare quanti lettori purissimi, senza zavorre di alcun tipo, Fenoglio avesse ormai ovunque. Una sera di un paio di anni fa, ad Asti, era ospite unico di una serata pubblica presso la Biblioteca: si era superata ormai la mezzanotte, ma nessuno lasciava il suo posto in sala. Qualcuno, con sollecitudine, rimarcò l’ora tarda, e il fatto che il relatore dovesse tornare ad Alba… «Se lo fate solo per me,» aveva detto di cuore, «non vi preoccupate: io posso andare avanti fino alle due, alle tre».

Ugo era in grado di passare da una mattinata in una scuola media di Casalpusterlengo ad una serata dell’ANPI a Boves, per poi prendere l’aereo la mattina dopo per Roma o Edinburgo, con la leggerezza di un adolescente. La stanchezza la nascondeva, ad occhi esterni, nei sorrisi e negli abbracci, nel baciamano alle signore, nel suo alone di entusiasmo incorruttibile, di curiosità continua verso le persone che conosceva. Se qualcuno gli diceva di un qualche studente (non importa di quale livello) che desiderava parlargli, spalancava le porte della sua casa di Alba, o il cancello del suo giardino di San Benedetto. Per almeno vent’anni – prima che ci pensassero seriamente le Istituzioni – la sua raccolta di articoli di giornale, di atti di convegni, di documenti di prima mano, di lettere hanno costituito, insieme con i ricordi diretti suoi e di sua moglie Luciana, il vero, seppur non ufficiale, centro di documentazione fenogliano della nostra città; e anzi si deve a lui (e ad un’altra grande amica e “custode” di Fenoglio, la signora Giuseppina Masera), se molte cose si sono conservate, e se le Istituzioni pubbliche e private hanno potuto attingervi. Le decine di faldoni di ritagli e fotocopie e fotografie, suddivisi per colore in base agli argomenti, sono un’altra immagine che si associa assolutamente ad Ugo Cerrato: raccoglitori ad anelli allineati sugli scaffali di Alba, di San Benedetto – e (succursale viaggiante, specie di bibliobus fenogliano) nel portabagagli della sua Volvo. In caso di “emergenza”, era sufficiente aprire il cofano, e c’era pronto (per una scolaresca in gita, per qualche conferenza fuori porta, per chiunque) un kit essenziale di materiale da leggere e divulgare – tutt’altro che casuale, anzi: c’erano diversi approcci, a seconda dell’uditorio. Specie nelle scuole, Ugo aveva suoi protocolli, e suoi convincimenti: insisteva con gli insegnanti perché Fenoglio non fosse un autore astratto e lontano, e il suo modo di presentarlo (immerso nella vita quotidiana, nel pieno della sua umanità) lo rendeva molto più vivo, e quindi interessante, di qualsiasi altro profilo. Insisteva poi molto sul fatto che andassero letti per primi i racconti, e certi racconti (Un giorno di fuoco, ad esempio), per conquistare anche i ragazzini alla lettura di un autore che può bastare per una vita.

E per la vita di Ugo Cerrato, Fenoglio è senz’altro bastato: lui ha sempre parlato di una «grossa fortuna», e di questa fortuna ha voluto essere riconoscente con ogni mezzo a sua disposizione (più o meno così si è espresso, in più di un’occasione). Non l’ha fatto per soldi, o per gloria, o per semplice presenzialismo – era chiaro a chiunque l’abbia almeno un poco frequentato, che il motivo era l’amicizia, e l’amarezza sinceramente provata per aver visto una vita ed un talento stroncati troppo presto. Fenoglio, come si sa, è morto nel 1963, prima di compiere quarantun anni; per chi è nato dopo, ci ha pensato in larga parte Ugo Cerrato, a farne una presenza quasi tangibile. Negli ultimi tempi, Ugo, tra le tante cose, si era compilato un suo proprio ordinamento dei racconti brevi di Beppe Fenoglio - ed era arrivato a contarne settanta, numero peraltro carico di tradizioni simboliche. A chi gli opponeva ragioni di ordine narrativo, o filologico, per cui il numero effettivo andava ridotto, ribatteva semplicemente: «Settanta!». Aveva incluso nel conto sequenze narrative ritrovate nel mare delle carte postume di Fenoglio, e pubblicate nel 1978 in appendice ai volumi dell’edizione critica. Non aveva torto, Ugo: c’erano anche dei racconti misconosciuti, in quelle impervie appendici – e il suo desiderio di vederli riconsegnati ai lettori sarà presto realizzato. Anche sul resto, però, aveva ragione lui – stesure incomplete, abbozzi, appunti, tutto è «racconto», tutto può essere leggibile e merita di esser letto, con lo sguardo dell’affetto, che sospende ogni altro criterio.

Di sé Ugo diceva spesso, autoironico: «Sono solo un maestro di periferia». Con serenità (e orgoglio) si dichiarava antifascista e partigiano; soprattutto non “ex-partigiano”. Amava citare la definizione, dal Partigiano Johnny, del «partigiano come poeta», del partigiano «in aeternum». «Non ci sono ex-partigiani: ci possono essere ex-sindaci, ma non ex-partigiani», disse una volta al microfono, con vigore e candore insieme, alla presenza di un discreto numero di sindaci.

Nella «periferia» del maestro Cerrato, in molti hanno trovato un’accoglienza illimitata; e, detto molto sinceramente, da quella periferia nessuno ha intenzione di andarsene.







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