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Gli incipit dei libri e dei racconti di Beppe Fenoglio
Leggi gli incipit di alcuni libri e racconti di Beppe Fenoglio

L'incipit...
Una questione privata
Di Beppe Fenoglio

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.

Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da molto tempo.

“Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. E’ lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria.”

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Copertina di "Una questione privata", di Beppe Fenoglio

Nelle Langhe, durante la guerra partigiana, Milton (quasi una controfigura di Fenoglio stesso), è un giovane studente universitario, ex ufficiale che milita nelle formazioni autonome. Eroe solitario, durante un'azione militare rivede la villa dove aveva abitato Fulvia, una ragazza che egli aveva amato e che ancora ama. Mentre visita i luoghi del suo amore, rievocandone le vicende, viene a sapere che Fulvia si è innamorata di un suo amico, Giorgio: tormentato dalla gelosia, Milton tenta di rintracciare il rivale, scoprendo che è stato catturato dai fascisti...
L'incipit...
Il partigiano Johnny
Di Beppe Fenoglio

Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d'impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.

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Copertina di "Il Partigiano Johnny", di Beppe Fenoglio

Il capolavoro che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia. Il partigiano Johnny è riconosciuto come il piú originale e antiretorico romanzo italiano sulla Resistenza.

La storia è quella del giovane studente Johnny, cresciuto nel mito della letteratura e del mondo inglese, che dopo l'8 settembre decide di rompere con la propria vita e di andare in collina a combattere con i partigiani. Una storia simile a quella di molti altri giovani e di molti altri libri scritti sullo stesso argomento. Ma Fenoglio riesce a dare alle avventure e alle passioni di Johnny una dimensione esistenziale ben piú profonda e generale.
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Primavera di bellezza
Di Beppe Fenoglio

Insensibile al freddo mordace, Johnny fissava vacuamente lo scarico della latrina. Si riscosse all’arrivo di un compagno, ciabattante, malsano, terrone. Lo scansò a testa bassa e filò via rasente il muro sgocciolante, orientandosi sull’alone funereo della lampada della sua camerata. Rivide il distretto, quel lercio maresciallo nel primo ufficio, che portava l’uniforme come una camicia da note, i cassetti della scrivania pieni di omaggi e pedaggi in viveri e tabacco.

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Copertina di "Primavera di bellezza", di Beppe Fenoglio

L'avvento dell'8 settembre 1943 come data ed episodio fondamentale per molte generazioni di italiani; il momento della scelta di vita da parte di un giovane, necessariamente portato alla ribellione: nella vicenda di Johnny c'è tutta la realtà fascista in sfacelo; la sua "formazione" . Primavera di bellezza (1959) è il terzo e ultimo libro pubblicato in vita da Beppe Fenoglio. "Il romanzo venne concepito e steso in lingua inglese. Il testo quale lo conoscono i lettori - dichiarò Fenoglio provocatoriamente - è quindi una mera traduzione".
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La malora
Di Beppe Fenoglio

Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l’altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su testa. Io ero ripartito la mattina di mercoledì, mia madre voleva mettermi nel fagotto la mia parte dei vestiti di nostro padre, ma io le dissi di schivarmeli, che li avrei presi alla prima licenza che mi ridava Tobia.

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Copertina de "La malora", di Beppe Fenoglio

Pubblicato per la prima volta nel 1954 nella collana dei «Gettoni», due anni dopo I ventitre giorni della città di Alba, La malora fu presentato da Vittorini come un libro «per molti aspetti piú bello», in cui i rapporti umani sono «ridotti alla nuda spietatezza (anche tra marito e moglie, e anche tra padre e figli)». Una storia elementare di fatica e di silenzi, di dolore e di violenza che ci riporta al dramma della miseria contadina delle Langhe e che trova il suo linguaggio nello stile scarno e partecipe di Fenoglio
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La paga del sabato
Di Beppe Fenoglio

Sulla tavola della cucina c’era una bottiglietta di linimento che suo padre si dava ogni sera tornando su dalla bottega, un piatto sporco d’olio, la scodella del sale…Ettore passò a guardare sua madre.

Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando i grossi elastici subito sopra il ginocchio.

Ettore l’amava.

Ettore finì di fumare e gettò il mozzicone mirando il mucchietto di segatura in terra vicino alla stufa. Ma cadde prima, accanto a un piede della madre. Lei si inclinò a guardarlo e poi si raddrizzò davanti al gas.

Copertina de "La paga del sabato", di Beppe Fenoglio

Il romanzo rappresenta un po' il seguito delle vicende della guerra partigiana già raccontata da Fenoglio. Ettore è il tipico disadattato che dalla guerra è uscito scontroso e insofferente e non riesce a inserirsi nella normale routine.
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Appunti partigiani
Di Beppe Fenoglio

– Tòrnaci. Se te la senti tòrnaci. Ma sappi che ogni volta passeranno con camion e mitraglie e cani per quelle colline dove tu sarai, io mi sentirò morire. Ora vai.

Abbraccio mia madre, non stretta, che non senta col petto la pistola che mi sforma una tasca. Scendo nel prestino, lo traverso. Alla porta il fornaio di Bellonuovo mi mette la mano nella mano e in tasca un cotechino incartato. Gli sono grato che non mi parla di rifletterci bene, pesto i piedi per aggiustarli negli scarponi, e vado. È già buio e molto freddo. Non c’è luna, ma spunterà? Risalgo la provinciale Alba-Acqui per un duecento metri, taglio in un prato in salita e sono sulla stradina di San Rocco. Lì stacco il mio bel passo da campagna; paiono viaggiare con me le colline alla mia destra, che guardano la mia piccola città tenuta da loro. Ci vive la ragazza di cui sono, sarò sempre innamorato.

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Copertina di "Appunti partigiani", di Beppe Fenoglio

Su quattro blocchetti di carta intestata della macelleria del padre Fenoglio ha scritto il suo primo racconto di argomento resistenziale, presumibilmente nel 1946. Il protagonista, non ancora Johnny né Milton, si chiama semplicemente Beppe. Il racconto ha una freschezza che gli dà un posto autonomo nell'epopea partigiana di Fenoglio, e raccoglie diversi episodi mai rifluiti altrove. L'autobiografismo è più forte che nelle altre opere di Fenoglio, molti brani hanno un tono personale tutto particolare, ma al tempo stesso nell'intero racconto c'è il respiro di un'esperienza simbolica non meno che storica. Quella raccontata negli Appunti partigiani è una guerra più che mai civile, che si insinua strisciante pervadendo le strade, le osterie di paese e la campagna di odio e paura.
Gli incipit...
RACCONTI
Di Beppe Fenoglio


Un giorno di fuoco

Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.


Il paese

Il medico Durante entrò rapido nell’osteria. Si curvò sulla tavolata tra le grosse teste dei bevitori e infilò l’indice in un bicchiere pieno raso. – Questo è per me, non è vero? –disse con la sua voce agra.
Il capotavola sospirò e wawed all’ostessa per un bicchiere nuovo. – Come stiamo a malati nella zona, medico? – inquisì uno dei bevitori.
- Due in tutto. Uno a Niella e l’altro alle case di Luca. Anche troppi per la mia voglia.
- E che hanno di male preciso?
- Tutt’e due malati nella testa,- rispose il medico e avanzandosi per una nuova bevuta smarrì l’astuccio del termometro.


I ventitrè giorni della città di Alba

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944. Ai primi d’ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani delle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esauriti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.


Pioggia e la sposa

Fu la peggior alzata di tutti i secoli della mia infanzia. Quando la zia salì alla mia camera sottotetto e mi svegliò, io mi sentivo come se avessi chiusi gli occhi solo un attimo prima,e non c’è risveglio peggiore di questo per un bambino che non abbia davanti a sé una sua festa o un bel viaggio promesso. La pioggia scrosciava sul nostro tetto e sul fogliame degli alberi vicini, la mia stanza era scura come all’alba del giorno.


Nella valle di San Benedetto

Respiravo bene, non sentivo assolutamente nessun tanfo e la parete alla quale mi appoggiavo era asciutta. Una tomba sana, davvero la migliore del cimitero di San Benedetto.
Con la schiena contro la parete e la coperta sui ginocchi, mangiavo castagne bianche. Nello sciogliere il collo del sacchetto un po’di castagne mi erano cadute in terra ma io m’ero guardato bene dal raccoglierle. Tanto non le potevo vedere, erano finite nel buio, fuori dell’alone del lumino perenne che ardeva nell’angolo alla mia destra. Faceva un chiarore debolissimo e questo era un bene perché altrimenti scopriva ai miei occhi quello che io non volevo vedere, i pezzi di legno e di zinco ed il mucchietto di immondizie che io pensavo essere tutto ciò che restava della maestra Enrichetta Ghirardi morta nel 1928.


L’affare dell’anima

Per le sette il vecchio aveva finito di cenare e passò sul suo poggiolo senza fiori.
Aveva davanti uno spettacolo di nebbie: nebbia come cotone compresso ad imbottire i rittani, nebbia sul punto d’ingoiare le poche luci rossastre di Cà di Cora e Cadilù, e la nebbia alta finiva di cancellare il crudo profilo della Langa di Mombarcaro.
Dalla riva del Belbo montava, forando la nebbia, il canto dei grilli, innumerevole eppure così sincrono che pareva essere a produrlo un solo grillo, un mostro di grillo appiattato tra le radici della nebbia. Il vecchio, pur infastidito di tutta quella nebbia, resisteva sul poggiolo da una mezz’ora, quando successe la cosa che lo fece sloggiare (…)


L’esattore

Mancata Apollonia, Adolfo Manera non se la sentiva più di far locanda: era brusco coi clienti buoni e i mezzi mezzi, come carrettieri e mietitori, la minima cosa che gli combinassero, li sbatteva fuori, perché, se era bassotto, era però uomo d’un nervo speciale. Ad ogni modo tirò avanti per altri quattro anni, finchè Filippo Alliani venne a proporgli di cedergli il Leon d’Oro e di fargli l’ultimo prezzo. Manera glielo tirò nelle gambe per diciassettemila lire.


L’addio
Dopo la terza elementare suo padre lo tolse da scuola, inutilmente il vecchio maestro Alliani venne su fino alla Collera per dire a suo padre che era un peccato, che a continuare le scuole quel suo figlio poteva riuscire maestro, o veterinario o speziale. Poteva avere tutto quel pane nelle mani, ma suo padre non poteva dargli il lievito per cominciarlo. Disse al maestro Alliani che sapeva far la firma, scrivere una lettera ai parenti se in casa fosse mancato qualcuno, e per contare sapeva contare fino a una cifra che non avrebbe mai avuta in soldi.


Superino

Sebbene l’amicizia non sia mai stata il mio forte, nella seconda estate che passai a San Benedetto mi legai a Superino.
Era figlio di Filippo e di Teresa e abitavano in una casetta seminuova dirimpetto alla canonica, sullo sperone che dirupa sul mulino di Belbo.
Filippo era un uomo minuto, coi pomelli infuocati, gli occhi di un azzurro stinto e i capelli rossi come la saggina in fiore. Passava per il più furbo del paese e in proposito io non avevo dubbi: doveva per forza essere più furbo degli altri se questi, faticando sulla terra da restarne deformati e anneriti, non riuscivano a campar bene quanto lui che si vedeva ozioso e vagabondo ( sempre però nel giro del paese) a tutte le ore.

Copertina di "Tutti i racconti", di Beppe Fenoglio

Beppe Fenoglio
Tutti i racconti
Ed. Einaudi 2007

Racconti della guerra civile, Racconti del parentado e del paese, Racconti del dopoguerra, Racconti fantastici: è in base a quest'ordine voluto dallo stesso Fenoglio che vengono qui raccolti per la prima volta tutti i suoi racconti.
Oltre alle storie partigiane il cui nucleo tematico fu inaugurato dai Ventitre giorni della città di Alba, la parte piú cospicua del volume è costituita dai racconti «langhigiani», che tra vari progetti occuparono lo scrittore piemontese prima e dopo Il partigiano Johnny. Dietro ad essi sta l'enorme lavoro di Fenoglio, dagli anni Cinquanta fino ai suoi ultimi giorni: i personaggi e le vicende raccontati con un linguaggio vero e preciso penetrano il «mistero» della spietatezza dei rapporti umani e riportano a un paesaggio esistenziale che, attingendo a una memoria parentale o collettiva, rivela stralci di vita di una provincia per sempre perduta. In appendice il Diario e un breve testo velatamente autobiografico.

Informazioni sul libro e sommario completo >


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