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Vinchio, luogo del cuore di Davide Lajolo.

Vinchio

Vinchio è il mio nido, ci sono nato nel tempo del grano biondo. Quando ritorno qui sono felice, mi libero di tutto. Questa mia terra è come una donna che mi piace tanto, che sento mia e che nessuno può portarmi via.

Davide Lajolo





D’inverno il mio è il paese del fango, come in primavera è il paese dei peschi e dei ciliegi in fiore, d’estate è il paese delle lucertole e delle lepri, d’autunno il paese dell’uva, delle vendemmie nere della barbera.

Davide Lajolo





Vinchio è stato il mio nido. Le radici mio padre e mia madre devono avermele piantate ben profonde in questa terra collinosa se non è passato giorno nel corso della mia vita in cui la mente non sia ritornata al pesco sul bricco di S. Michele, ai prati delle Settefiglie, ai boschi della Sarmassa, ai filari conchigliosi di Montedelmare.(…)

Radici profonde, ancestrali, maliarde, persino morbose.(…) Come se potessi respirare libero solo tra quella polvere, in quell’aria di piante amiche, nella linea diritta seguendo i filari delle vigne, esattamente come soltanto in questi posti potessi spaziare con la fantasia da un colle all’altro, e alzarmi in volo. Non è più stato così in nessun altro luogo del mondo: non nel cielo di Parigi né in quello di Atene, non a Pechino né a Samarcanda, non a Marrakesch né a Beirut, mai più.

Davide Lajolo





Da tanti anni, li posso contare a decine, torno infallibilmente a consumare le ferie al paese. È un amore viscerale al luogo dell'infanzia, alle piante e all'erba, all'ultimo salnitro delle vecchie mura, alla polvere delle carrarecce, dove vivaddio non è ancora arrivato l'asfalto e il fango è fango e la polvere polvere.

Davide Lajolo




Vinchio

Persino il bricco su cui sorgeva Vinchio aveva dovuto cedere alla marea grigia che saliva notte e giorno a nascondere anche le punte delle piante più alte. Ci si muoveva senza occhi, avviluppati nell’umidità e nelle tenebre. (…) D’improvviso dal cielo sparì il bitume grigio-nero e si parì uno sprazzo azzurro. Il sole appariva come un puntino luminoso, una speranza, ma bucava sempre di più. Ero felice. L’azzurro faceva sempre più contrasto con la nebbia terrestre in cui ancora ero immerso. Ed ecco sul lontano orizzonte emergere dal mare opaco le montagne. Splendevano nel sole. Poi, per magia, spuntò là di fronte il campanile di Castelnuovo Calcea, poi la chiesa, le case intorno.

Mi voltai a cercare Vinchio che avevo lasciato alle spalle. Anche le case del mio borgo emergevano, il sole le vestiva a festa. Straordinario! Le case ad una ad una parevano salire un mare come navi, come un’isola che si mostra d’improvviso al navigante.

Davide Lajolo





Mi riprende la nostalgia del paese. Come un’ossessione. Ho bisogno di quell’aria che soffia leggera sulle colline. Anche di quell’afa che riporta lo scrocchio gutturale delle galline, del frinire assordante delle cicale invisibili nel loro colore eguale alla scorza degli olmi dove stanno incollate. Ho bisogno di seguire il volo largo del merlo quando sale dalla valle di Langa e, la sera, ascoltare la musica incantata dell’usignolo mentre danza leggero sull’estremità del ramo che lo dondola in altalena tra cielo e terra.

Davide Lajolo




Davide Lajolo