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La gente di Vinchio e del Monferrato

contadino

La mia gente mi sta dentro come le piante, l’erba verde, le colline, il sole rosso al tramonto quando si sperde oltre le Langhe e oltre le montagne. Non so chi è più vivo nei ricordi, con chi si può parlare più a lungo. Qui molti uomini parlano da soli, spesso discutono le loro questioni soltanto con la luna al buio della sera, distesi nel cortile sulle foglie che fasciavano il granoturco. Ed è come se la luna gli desse risposta perché ribattono e attribuiscono alla luna molti dei loro guai.

Davide Lajolo





Al mio paese non ci sono né braccianti né mezzadri, non c’è spirito di classe ma c’è la grettezza crudele dei piccoli proprietari di terra capaci di stare in lite con il fratello per tutta la vita spendendo più soldi per gli avvocati di quanti ne ricavino dalla campagna, pur di difendere nella divisione dell’eredità un sentiero di terra, qualche metro gerbido di canneto. Sono in realtà proprietari della loro miseria e questa miseria di secoli non ha dato loro le scuole se non in questi ultimi anni e soltanto fino alla quinta elementare.

Davide Lajolo





Come in tutti i paesi del Monferrato, anche a Vinchio le ragazze figlie di contadini non vogliono più sposarsi con chi lavora la terra. Corrono in città, anche solo a Nizza Monferrato e Asti e le più fortunate a Torino e a Genova. Non vogliono fare la fine della loro mamma diventata rugosa e di un colore così neutro come avesse mangiato sempre pane e terra. Meglio sposare un manovale e vivere in una soffitta in città che un contadino e stare in paese.

Davide Lajolo





I contadini del mio paese! Tutti color terra, bruciati dal sole, rassegnati e caustici, tutti con grandi mani e grandi piedi, abituati alle grandinate come alle bevute, così rassegnati nelle disgrazie da trovare consolazione anche quando sul tralcio della vite spuntava un grappolo in più dell’anno precedente o quando sturavano una bottiglia del loro barbera.

Davide Lajolo




falò di notte

Abita in una cascina isolata sullo stradone che da Vinchio porta a Noche sui colli del Monferrato. Avevo saputo all’ufficio postale del paese che quel contadino non andava a ritirare la pensione. Non solo, ed era naturalmente l’unico, non aveva ritirato neppure gli arretrati di otto anni.

(...) Vedendomi avanzare mi venne incontro con un volto tutt’affatto diverso. Tentò persino la smorfia di un sorriso, poi con uno sforzo che pativa fin nel tremito delle mani parlò: “(…) La pensione, la pensione. Io non leggo i giornali ma sento in chiesa dal prete e quando parlano gli altri mentre sono per strada e torno a casa dopo le funzioni, che il governo non ha soldi, che le cose non vanno bene. Per quel che mangio io, mi basta sempre. Perché devo anch’io prendere soldi al governo che è già così in difficoltà?"
“Come, non volete ritirare la pensione per timore che il governo patisca?”
“Sì, sì, soltanto per questo.” E mi guardò con negli occhi la sicurezza di chi sa il fatto suo e che ogni altra discussione sull’argomento era inutile. Era fermo e risoluto. Che i soldi della pensione restassero al governo che ne aveva più bisogno di lui. I cani tornavano accaldati per la corsa sfrenata, le lingue penzolanti. Tentai di toccare la mano di Paulin. Era magra, secca, dura come un pezzo di legno. Stavolta mi guardò proprio sorridendo. Si era finalmente confidato. Risalendo verso il paese mi pareva di esser sprofondato qualche secolo addietro al tempo dei servi della gleba. Paulin con il suo cappello largo e la sua casa in sfacelo era un mammut preistorico.

Davide Lajolo
Tratto dal racconto "Paulin senza pensione e senza uva"
nel libro "I mè"




Emigranti

emigranti

"Il piroscafo non era una nave passeggeri, ma un mercantile per trasportare le merci. Vi salimmo sopra in molti. Tutti male in arnese come me. Tutti emigranti, molti piemontesi e veneti. Noi piemontesi però eravamo di più. Ci sistemammo alla meglio in una specie di androne largo e lungo dove erano state ricavate delle cuccette. Tra fagotti e le nostre facce facevamo il ritratto della miseria e della malinconia. Cominciammo a parlarci dopo che avevamo già fatto un pezzo di mare, passato qualche giorno. Quando si è giù di giri così e non si riesce a vedere quello che si ha davanti ma si porta soltanto negli occhi la gente di casa e le colline, non si trova neanche il fiato per parlare. (…) L’emigrante è la condanna più ingiusta per un uomo. Soprattutto se, come me, è legato alla sua terra come l’albero alle sue radici, ma se superi la prova da uomo, se non ti tagli le radici, se non ti lasci integrare da chi ti vuole usare nel lavoro come cosa sua, come bestia da soma, allora c’è da imparare. Conosci gente con volti diversi, che parla lingue diverse e ti accorgi che chi deve lavorare per vivere sia bianco o giallo o nero o mulatto è fatto come te. E non solo di carne ed ossa, ma anche di pensieri e si può diventare amici. Sono gli uomini che fanno vivo il mondo. Se non ci fossimo noi a che cosa servirebbe la luna, il sole? E le città e i paesi chi li guarderebbe? E il granturco e l’uva e i mandorli in fiore sulla collina?” Vigìn diceva cose di poesia proprio con la semplicità della poesia. Io fermavo lo sguardo sul suo collo mentre si curvava a guardare il fuoco dentro la stufa. La sua pelle ripeteva i quadrati di fatica, con quelle stesse rughe di mio padre.

Davide Lajolo
Tratto dal racconto "Vigìn parte per l’Australia"
nel libro "I mè"