La mia casa al paese: lo stanzone dalla volta bassa e dalle pareti larghe, nel quale trovavamo posto tre fratelli, per dormire nei due letti in ferro battuto e le lamiere dipinte, e poi tutto attorno i sacchi del grano maturato nell'unico campo o tra i filari delle due vigne. Dovevano bastare alla famiglia per il pane dell'annata. E sopra di noi, al di sopra dei letti e sui fianchi delle pareti le stuoie fatte con piccole canne secche, che ai primi giorni parevano soffocarci, chiudere il respiro. Le stuoie, sopra le quali centinaia e centinaia di piccoli bruchi, i bachi da seta, divoravano lentamente le foglie di gelso. Le andavamo a raccogliere nelle ceste di vimini lungo tutta la giornata. Ci arrampicavamo sui gelsi gridando a festa. Spesso mangiavamo le more, che spuntavano tra le foglie verdissime. Le more nere come l'inchiostro. Io ero il più goloso e dopo pochi minuti avevo le mani nere, la bocca nera, tutto il volto impiastricciato di nero, come uno spazzacamino. Poi avanti con le foglie, affrettandoci, per riempire ognuno la propria cesta. Dovevamo fare due viaggi e doppio raccolto, perché le foglie bastassero a sfamare i bigatti, che dovevano mangiare di continuo per crescere in fretta. Quando ci buttavamo stanchi sui letti, i miei due fratelli s'addormentavano quasi subito, perché, essendo più alti, erano destinati a fatiche più dure. Anch'io ero stanco, ma non riuscivo ad addormentarmi. Le prime notti avevo paura che i bachi scendessero sul letto e divorassero anche me. Il rumore delle loro piccole mascelle s'ingrandiva e sentivo il cuore battermi sempre più forte finché cadevo nel sonno. Mi svegliavo poco dopo di soprassalto, terrorizzato. Non osavo parlare: lentamente mi rialzavo dal letto fino a infilare la testa tra una stuoia e l'altra, per rendermi conto che tutti i bigatti fossero là e nessuno si spingesse fuori dalle canne della stuoia. Ma, dopo le prime notti, quel ruminare lento e costante dei bachi diveniva come una musica noiosa, sempre uguale, ma indispensabile. E mi prendeva l'ansia del miracolo. Di svegliarmi cioè una mattina in cui i bachi, diventati crisalidi, volassero sopra le stuoie come farfalle e lungo i piccoli rami, che mia madre andava aggiustando a castello nei momenti di sosta dei lavori più pesanti. Finché le farfalle si sarebbero chiuse nei bozzoli d'oro.
Davide Lajolo
Tratto dal racconto "Gli undici gelsi"
nel libro "I mè"