Nel riflesso della luna apparve la chiesa di San Marco. Tozza, in uno stile rimediato alla buona, proprio adatta a far compagnia alle case del paese appena squadrate e piantate solide contro il vento. Fermo davanti alla facciata della chiesa Diomete riconosceva l’arco della porta centrale, quella che si apriva solo nelle grandi occasioni, quando veniva il Vescovo, il giorno della Pasqua e alla festa patronale del paese. Le due porte laterali, quelle dalle quali passava solitamente la gente, erano sempre aperte. Le aveva fatte costruire molti anni dopo un parroco secco e tirato come una sardina, quello che avevano mandato al paese già tisico, sperando che l’aria buona di collina lo aiutasse a vivere. Con la scusa dell’aria che lo infilava alla schiena quando diceva messa all’altar maggiore, il parroco malato aveva chiesto la colletta ai fedeli e fatto costruire le due piccole porte laterali. La chiesa cambiò facciata e non tutti furono contenti. Il mugugno partì dalla compagnia delle Umiliate, la congregazione delle donne più anziane, vestite di marrone scuro che, quando partecipavano alle processioni in quella triste divisa, vi adattavano anche i volti, e sembravano già da vive anime in pena del purgatorio. (…) La disputa tra sacrestano e Umiliate non durò molti anni. Il parroco che pativa l’aria alla schiena morì giovane e la gente corse a vederlo e perchè aveva il volto sorridente tutti lo considerarono un santo.
Diomete si era incantato a guardare le due statue collocate nelle nicchie in simmetria, sulla facciata: la statua di San Marco, protettore del paese, che teneva al braccio una sporta e un bastone (nessuno l’avrebbe preso per un santo se lo scultore non gli avesse dipinto dietro la testa la mezza luna dell’aureola). Le rondini ad ogni primavera facevano il nido e così una parte del suo volto era sempre coperta dagli sterchi bianchi e neri delle rondini. Stevu, il muratore che ogni cinque o sei anni era chiamato a ripulire il frontale della chiesa e che non era mai entrato dentro perché miscredente, diceva che quello era l’unico santo da stimare perché sapeva sopportare impassibile gli sterchi sulla faccia. A parte l’opinione di quel bestemmiatore, San Marco aveva veramente l’aria di un santo di casa.
Quello dell’altra nicchia, San Pancrazio era tutt’altra cosa. Così vestito da guerriero, la spada sguainata in mano in atteggiamento di uccidere il drago che aveva tutta la somiglianza con una povera anatra impaurita. Viso arcigno, calzari alti fino al ginocchio, bocca stretta, occhi abituati al comando era trascurato anche dalle rondini. Nella sua nicchia svolazzavano ma non andavano mai a fare il nido."Come poteva esserci un santo guerriero? Un santo con la spada?" Era l’abituale, scettico commento nel crocchio dei contadini quando si attardavano ad attendere che dalla chiesa uscissero le donne. "(…) Le guerre non vanno bene né per i contadini né per i santi." Così quel San Pancrazio, anche se usava la spada per uccidere il drago-demonio, non era diventato un santo familiare.
Davide Lajolo
Tratto dal racconto "Gelindo ritorna"
nel libro "I mè"