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Valle della Sermassa
Davide Lajolo credeva nell’etica ambientalista e si impegnò in prima persona nella tutela del suo territorio dalla speculazione edilizia che iniziava a dilagare già negli anni Settanta: fu grazie anche al suo contributo che la Val Sermassa è diventata riserva naturale protetta.

Valle della Sermassa

Le parole di Battistin, che portava per soprannome proprio quello della Sermassa, perché aveva passato la vita tra quelle piante, sulla lunga distesa di boschi che voleva comprare l'americano, mi hanno spinto a salire sopra il cucuzzolo, accanto al vecchio rovere, che da oltre cento anni segna l'inizio di quella immensa distesa di verde sotto il sole.

Leggevo sui libri delle elementari e, quando venivo qui, o sopra il bricco dei Saraceni, mi dicevo: "Il mare deve essere così, sempre uguale a vista d'occhio" e, quando mi sono scontrato con il mare vero e l'ho navigato per notti e giorni nello spasimo delle guerre, avevo sempre nostalgia del mare verde della Sermassa, il mare del mio paese.

E adesso, perché deve arrivare un americano a rubarci quel verde e quel sogno? L'uomo dai capelli rossi vuole realizzare un'iniziativa turistica speculativa nelle Langhe, tra Alba e Bossolasco. Così anche le colline più ricche d'uva e di boschi e di verde e di ossigeno e di salute, le terre rosse e nere più silenziose e solitarie d'Italia verranno infestate dal cemento?

Battistin della Sermassa e tutti i contadini come lui, per veder passare il progresso, devono rinunciare ad essere se stessi cioè contadini, vignaioli e boscaioli?

Scendo tra i castagni della Sermassa a respirare l'aria buona, come il pane di casa, per disperdere la rabbia che mi è saltata agli occhi. Cammino sull'erba.

Lo so, conosco tutte le tempeste del mondo, ci sto dentro e non mi tirerò indietro, ma in questo momento sto con l'usignolo e tremo di tenerezza.

Davide Lajolo




La grande quercia (la"ru") della Val Sermassa
Nella Riserva naturale della Val Sermassa c’è un luogo simbolico che lo scrittore ha reso magico, recuperando un’antica leggenda dei tempi della peste del 1630, la leggenda di Clelia e Ariosto, due giovani innamorati che cercano scampo all’epidemia salendo sulla grande quercia. La Ru, che oggi è il monumento naturale dell’intera Riserva e simbolo del Parco, ha un tronco scavato che ospita una pianta e un nido di calabroni, che la proteggono e la difendono dalle infiltrazioni dell’acqua.

La grande quercia della Val Sermassa

Salendo come uno scoiattolo Ariosto arrivò alla cima della quercia dopo aver strappato le foglie per preparare il cuscino per la testa di Clelia. Dall’alto chiamava: - Clelia, il letto è pronto, ti ho trovato le foglie anche per il cuscino, scendo a prenderti – e rotolava, abbrancandosi ai rami. Quando arrivò a terra Clelia aveva già rovesciato gli occhi: era già ferma nella morte della peste. Le macchie avevano invaso le gambe, avevano invaso le mani, stavano imbrattandole il viso. (…)

Ariosto urlò a lungo, abbracciato a Clelia, dal mattino fino alla notte. Finchè la peste lo fece tacere. Li trovarono tanto tempo dopo avviticchiati l’uno all’altra.

Davide Lajolo