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Colline del Monferrato
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Alla curva della strada, prima che inizi l’armoniosa sfilata dei filari con le viti che già mostrano i primi grappoli verdi, ecco una grande pianta di sambuco. È tutta un fiore, bianca come un vestito da sposa di paese fino a coprirle le foglie e il tronco. Si è tanto allargata nella fioritura da sbarrare quasi completamente la strada.
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Il sole, quando illumina il verde della campagna, è diverso da quello che splende sul mare. Diverso nei riflessi: tra luci e ombre dipinge ogni cosa con la metafisica incantata di Morandi. Una lucertola si stende, ferma, quasi voglia ascoltare compunta il dialogo tra il cardellino e il merlo, infittito tra le foglie dei pioppi come richiamo misterioso nel linguaggio e nel ritmo. Quando il caldo fa afa, comincia il concerto assordante delle cicale. Tacciono gli uccelli, solo il gallo dai cortili, ritto sulle zampe, alta la cresta rossa, interloquisce indispettito di tanto frinire, quasi disturbasse le sue galline accovacciate sotto l’ombra dei grossi oleandri dal profumo amaro.
La campagna dorme, non c’è brezza che faccia fremere neppure le foglie leggere delle gaggie e dei salici allineati in lunghe file sui costoni che portano a valle. È la mia ora. Mi piace iniziare le passeggiate sulla terra sonnolenta. I due cani, Tobia e Argo, fanno strada, la lingua penzoloni, finchè arriviamo ai boschi di castagno e ci inoltriamo nell’ombra sapida di sapori silvani.
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La luna stanotte è più tenera della più bella donna del mondo. Si è alzata lontano, man mano si è avvicinata sopra la mia testa a guardarmi, come a parlarmi. È tenera e soffusa di luce. Il cielo è limpido. Solo qualche cirro bianco di nubi soffici laggiù verso le montagne, che si alzano ombre misteriose dalle mille teste.
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Il primo sole cocente di questa pigra estate aveva dominato tutta la mattinata di quei primi di luglio. D’improvviso, alle quattro del pomeriggio, si è levato un vento diaccio, sibilante tra i rami delle piante. Il cielo si è oscurato come se un’immensa mano nera lo volesse coprire, prima percorso da nubi scure, veloci, poi il rincorrersi di quelle bianche che passavano basse radenti le colline. I tuoni arrivarono dopo inseguendo fiamme bianche e rossastre di fulmini come razzi sottili caduti dall’alto. Le campane dei gruppi di paesi della Langa, sui quali il cielo si era abbassato in una voragine di nero e di sprazzi di fuoco, cominciarono a battere sui bronzi i loro richiami. Un affettato, lamentoso rintronar, come se i batacchi picchiassero violenti a coprire il fragore dei tuoni. Avvisavano i contadini che bisognava ritirarsi. Ad un comando invisibile cominciò la guerra sulle campagne. Le piante più alte si incurvavano fino a terra , le gaggie spazzavano le strade con i larghi rami. Si passò dal giorno alla notte. Quel buio sciagurato che precede la tempesta. Una gragnola di chicchi tesi come saette si scaricò sui tetti. La grandine colpiva come una scarica di cento mitraglie.
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