Al mio paese nel Monferrato fanno festa soltanto nei giorni comandati dal Signore. Soltanto le feste religiose; le altre, quelle civili, sono roba che vanno bene per la città, per quelli che sono sempre vestiti della festa. Loro devono lavorare, la testa sulla terra, la bocca al pintone del vino annacquato quando in campagna hanno sete e poi dopo nove o dieci ore di lavoro in piena estate tornano a casa barcollando, la faccia scavata, la schiena e le gambe rotte e appena deposti gli arnesi cadono dalla fatica e si buttano rassegnati a provare ogni sera la stanchezza della morte.
(…) C’è una ricorrenza che un gruppo di contadini del paese non hanno dimenticato e che si sono imposti di celebrare, dal tempo in cui il podestà, un maestro fatto in casa come loro, si metteva una specie di fez (appena poteva però lo sostituiva con il suo cappello da alpino), fino a quando, tornato il sindaco con la fascia tricolore dopo che i loro figli invece che sul Carso le trincee le avevano scavate nelle vigne del paese sempre contro i tedeschi, accanto al primo monumento della grande guerra ne era sorto un altro, tutto diverso anche nella fattura, più basso, più severo, senza ornamenti, dove c’erano i nomi dei caduti dell’ultimo conflitto, un lungo elenco, e dei caduti per la Liberazione. Era la ricorrenza del 4 novembre che volevano ricordare quelli che avevano fatto la guerra del ’15-’18. Per quella occasione, anche se non era comandata dal Signore, facevano e fanno festa quelli rimasti, sempre meno, ora che li hanno nominati cavalieri di Vittorio Veneto, per mezza giornata con il vestito e la camicia della domenica e in testa il cappello da alpino per andare alla cerimonia.
Davide Lajolo
Tratto dal racconto "I contadini sul monumento"
nel libro "I mè"