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La madre di Davide Lajolo, Caterina Gerberoglio, e il padre Giuseppe.

La madre di Davide Lajolo, Caterina Gerberoglio, e il padre Giuseppe

Non ne posso più. Devo correre a Vinchio. Ho bisogno d’aria, di colline, del viso di mio padre, delle sue parole lente. Anche lui pur non essendo mai stato soldato, neanche di leva, ha avuto la sua parte di guerra. Gliel’hanno portata in casa. I fascisti lo hanno fatto bersaglio delle loro violenze per l’unico delitto di essere il padre di un partigiano. Aperta la camicia si sono divertiti a mostrargli chi gli avrebbe infilato il pugnale più dritto nel cuore. Lo hanno portato al cimitero tra lazzi e grida. Sono stati due ufficiali tedeschi a salvargli la vita.

Ecco la collina della Bastita, le gaggie sul bricco di Stefano, la stretta strada polverosa tra le case basse. Mi batte il cuore come quando tornavo dal collegio. Allora ero come il Garrone di De Amicis. Adesso nonostante abbia imparato a masticare dentro i sentimenti, il tuffo è ancora più profondo. Ecco la porta di legno con la biacca blu rosicchiata dagli inverni di gelo. Il sole scopre tutte le crepe. Di fronte, il ripiano di terra su cui sorgeva il castello dei marchesi Scarampi. Lo conosco palmo a palmo come questo mio piccolo cortile. Ecco mia madre, due ricci di capelli al lato del viso, gli occhi lucenti, poi sulla porta s’affaccia mio padre. Dicano quello che vogliono i cinici: abbracciare queste due creature che mi hanno fatto, anche a trentatrè anni, mi fa venire il groppo in gola. “Papà, prima di sederci a tavola andiamo sul bricco di San Michele. Ho voglia di mangiare le pesche staccandole dalla pianta. Ce ne sono ancora?”. Mio padre si è già messo la giacca frusta su una spalla a pendere. Anche se fa caldo senza giacca non va in strada. Una manica è legata con un rametto di salice per mettere le prime pesche, la prima uva e portarla a mia madre. Si cammina verso la vigna in silenzio, come sempre. Lui fuma la pipa, anch’io fumo la pipa. Mi guarda, lo guardo. "Sai papà, la guerra è finita anche in Giappone, dovunque.”. Si ferma, la pipa è accesa ma lui tira fuori un cerino dalla tasca, lo strofina sui calzoni di fustagno e l’accende ancora. Vuol dire che non può parlare. Che ha la bocca piena di contentezza. Soltanto quando siamo sul bricco mi dice: “Adesso anche il passero di Brofferio può tornare a volare tranquillo dalla torre del castello al campanile.” Il deputato anti-Cavour – Angelo Brofferio - che era nato sulla collina di fronte aveva scritto “chi non ha visto il volo del passero dalla torre di Castelnuovo al campanile non ha visto nulla di bello nella sua vita".

Davide Lajolo
dal libro autobiografico "Ventiquattro anni -
Storia spregiudicata di un uomo fortunato"






Mio padre e mia madre sono venuti a trovarmi a Torino. Dice mio padre: “Ci sto solo oggi e domani domenica. Alla sera riparto perché lo sai anche tu che è stagione di lavoro in campagna. Domani vengo a sentirti parlare in piazza. Tutto potevo pensare di te ma non che diventassi uno che sale su un podio e parla ad altri. Noi siamo sempre stati taciturni”. La folla ha già gremito Piazza Castello. C’è davvero tantissima gente, cantano. Sono riuscito a trovare ai miei un posto da cui mi possono vedere. Quando salgo sulla tribunetta punto gli occhi da quella parte. Mio padre si è slacciato il colletto della camicia per non soffocare e le due punte bianche fuoriescono dal vestito blu. Ci incontriamo con gli occhi. La gente applaude e qualcuno grida il mio nome da partigiano. Le pupille di mio padre tremano. Quando comincio a parlare lascia che le lacrime scendano sul viso senza neppure il tentativo di frenarle e asciugarle. Non ho mai parlato con la gola tanto stretta.

Davide Lajolo
dal libro autobiografico "Ventiquattro anni -
Storia spregiudicata di un uomo fortunato"





Alla madre, Caterina Gerberoglio, è inoltre dedicato il racconto "La madre muta" nel libro "I mè".
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