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Il casotto di San Michele, sull'omonimo bricco a cui è dedicato il racconto "Sul bricco dei cinquant'anni"

Vinchio, il casotto di San Michele

Cinquant'anni uno sull'altro non fanno ancora montagna, ma formano una bella collina, un bricco quasi. Dall'alto di questo bricco si può già avere un orizzonte e, a sapere guardare con calma, in silenzio, quello che sta avanti e quello che sta indietro, c'è da farsi un'idea. Un'idea su tante cose e tanti ripensamenti sulle esperienze passate; si riesce allora, tenendo i piedi saldi sulla terra del bricco, anche a guardare nel futuro, senza ripetere i desideri e i sogni che crescevano nella fantasia da ragazzo, le notti di S. Lorenzo, quando le stelle ci parevano così vicine da caderci nei capelli. Intanto, se uno ha i piedi per terra, se conosce cioè il terreno sul quale è appoggiato, capirà come ha impiegato gli anni, come quelli sui quali il bricco si è formato.

Sono di quelli che si riconoscono tra le colline, che si scoprono dinanzi alla loro impassibilità, che si rispettano in quell'aria, perché sono finalmente sinceri con se stessi.

L'aria della collina e il cielo più vicino e gli alberi senza parole e le cose piccole e lontane e gli uomini, i contadini che non camminano a frotte, ma uno dietro l'altro silenziosi, anche quando sono padre e figlio, che vanno nella stessa vigna con la zappa sulle spalle. Tutto questo scevera la retorica, come la gramigna dall'erba buona del prato, e mi sento con i miei vizi e le mie virtù, i miei bagagli di errori, i miei palloni colorati di slanci, e la mia borsa, con le cose a cui ho saputo dare compimento.

Schiacciando il piede sulla terra del bricco dei miei cinquant'anni, misuro con sicurezza gli anni che ho buttato alla rinfusa, uno sull'altro, comunque, come stracci. Non sono pochi, li riesco a contare, con il cuore pesante, sulla lavagna della memoria.

(…) Dalla collina, sotto il cielo nero dicembrino, la memoria mi porta lontano, alle primavere fiorite, all’estate incendiata di sole, agli arcobaleni variopinti. Ma cosa vale l’innocenza dell’infanzia, il ripudio dell’errore degli anni marciati, cosa vale la maturità conquistata, se la saggezza è ancora vilipesa nel mondo degli uomini e la guerra è ancora il dialogo mortale tra folli? Per questo sulla collina dei miei cinquant’anni la terra aggiunta di questo anno che muore non è fertile, né soffice. Ha il sapore maledetto della guerra in un tempo in cui gli uomini dovrebbero avere capito la vita.

(…) D’improvviso sento distintamente uno schianto secco. È l’olmo piantato al fondo del sentiero ai piedi della collina che ha avuto il tronco squarciato: il gelo lo ha sventrato. (…) L'olmo indifeso non ha sopportato l’attacco a tradimento del gelo. Muore con l’anno vecchio, stanotte al fondo della collina. Sono tornato a battere il passo sulla strada tra la nebbia che m’investe, ma lo schianto dell’olmo mi ha richiamato ala forza, al modo unico per riuscire a resistere, alla ricerca dell’uomo. Bisogna ancora parlarsi, bisogna ancora discutere, bisogna ancora combattere con la forza delle idee alla luce della ragione. La collina non trema. Rimane solenne anche nel buio della notte. Persino l’olmo, colpito e squarciato nel petto, tornerà a primavera testardamente a mettere i rami verdi accanto al suo tronco. La vita resiste.

(…) Anche l’uomo deve vincere la violenza. Non si va incontro da uomini all’anno che viene se non si è decisi a far buttare nel fango l’elmo di guerra a chi lo porta ancora in qualsiasi parte del mondo.

Sceso dal bricco dei miei cinquant’anni, per quanto mi riguarda, deciso di imboccare questa strada. Mi illudo d avere imparato il passo risoluto dell’uomo che conosce il senso delle colline e il fiato degli uomini.

Davide Lajolo
Tratto dal racconto "Sul bricco dei cinquant’anni"
nel libro "I mè"




potatura

La vigna è ad altezza d’uomo, su ogni tralcio, su ogni zolla di terra su cui sorgono i filari sta segnata la secolare fatica contadina. Il vignaiolo comincia a potare la vite quando le sue scarpe si immergono ancora nel fango dell’inverno. E’ ancora freddo e già vedi i contadini imbacuccati, le mani arrossate arrancare tra i filari mentre scelgono uno ad uno i rami per decidere quali sono quelli che metteranno i grappoli e debbono perciò avere tutto il vigore delle radici, e gli altri che debbono invece essere recisi. La potatura non è solo un mestiere, è un’arte. (…) i tralci tagliati mettono lacrime. Se passi tra i filari è come assistere a un pianto silenzioso e sei portato a sentire la vite come una creatura.

Davide Lajolo




Vinchio, il bricco di San Michele