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La ferrovia verso Alba
Si ha la sensazione che Giovanni Arpino in questo suo racconto voglia ripercorrere il viaggio verso Monticello d' Alba che Cesare Pavese, professore per un anno anche a Bra, fece percorrere ai suoi protagonisti nel romanzo "Paesi tuoi".

Bra, la ferrovia verso Alba

Partendo da Bra infilava la valle di Fey dopo i cavalcavia e prima del tunnel ci sono tanti casotti a una sola stanza piena di zappe zucche vuote sacchi sementi e macchine per dare il verderame alle viti, e armi ci furono durante la guerra e i ragazzi nascosti con le fidanzate che correvano nel pomeriggio dal paese per andare a fare l'amore, sapendo che quello era l'unico modo di tenerli nascosti, e ville sui fianchi della valle e la strada che taglia gli orti puliti leggeri con colori freschi diritti ordinati come in un quadro surrealista.

Il treno infilava questa valle e vedendo le albere far corsa nell'aria e le viti a vene e arterie sui fianchi della collina si poteva pensare, una volta dentro il tunnel, che di là non ci sarebbe stato niente di più piacevole, invece, finito il tunnel e il buio, trovavi che di là era ancora meglio, buttavi via la cicca e cercando una striscia d'ombra nel sole che girava da una parte e dall'altra dello scompartimento sentivi che tutto era lì da vedere e toccare come in certi piatti di carne e salse e insalate.

Dopo, il cimitero dei Macellai, col grano che fa ressa fin sotto le mura e lo stringe per il collo, un cimitero grande come una carta da gioco nuova lucida e non macchiata ancora dalle dita che la scoprono poco per volta per vedere il seme nell'angolo, dopo quel cimitero gli stabilimenti di Cinzano con grandi insegne blu e rosse e i tetti di cemento che coprono file di bottiglie di botti piene di buone cose fresche al buio che maturano, mentre tu dal finestrino con una sete da maledetto, non essendo stato prudente come quei vecchi baffuti che sanno il momento di tirar fuori dalle tasche la zucca del vino.

Vedendo che ci muori dietro qualche volta te la fanno anche alzare un po' e quello è vino delle Langhe, che chi non ce l'ha dentro già solo dal colore vuol dire che sa poco della vita.

Giovanni Arpino
da "Regina di cuoi "
(Non c'è niente al mondo come quel treno)




Bra, stazione, cartolina d'epoca

Era gennaio e nebbia, verso sera, il ragazzo aveva un appuntamento lungo la circonvallazione, dopo il passaggio a livello della ferrovia. L'asfalto era lucido di nebbia e nessuno in giro, gli operai già usciti dalle fabbriche, solo qualche luce azzurra dalla stazione che metteva macchie più chiare nel grigio. Avevano dipinto di azzurro le lampadine dei fanali per l'oscuramento di guerra e questa era una buona cosa per le coppie che andavano a far l'amore in piedi lungo il muro e gli argini bruciati della circonvallazione.

Il paese finiva lì, alla ferrovia, sull'orlo della pianura. Di là c'erano ancora case e fabbriche, ma niente di più delle cose che fanno un paese, nessuno andava mai a fare due passi oltre la ferrata se non lungo il viale che porta al cimitero.

Infatti ci sono braidesi che mai sono andati fino alla pianura, se non quelle volte che il treno gliela faceva attraversare portandoli a Torino, a teatro o a vedere la Santa Sindone.

Giovanni Arpino
da "Regina di cuoi" (Così bene)